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Affrancazioni, importi ridotti e possibili rate

Affrancazioni, importi ridotti e possibili rate: vicina l’intesa sul decreto del Mef con le modalità di calcolo

Il decreto attuativo dovrebbe raggiungere l’intesa in Conferenza Unificata entro la fine di luglio. Un anno e mezzo fa l’approvazione della legge

 

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Nuovo capitolo nella vicenda della compravendita a prezzi di mercato delle abitazioni realizzate in edilizia convenzionata.

A un anno e mezzo di distanza dal via libera alla legge che ha esteso ai vecchi proprietari la possibilità di rimozione del vincolo del prezzo calmierato, la cosiddetta affrancazione, è in dirittura d’arrivo il decreto del ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) che stabilisce le modalità di calcolo del corrispettivo da versare ai Comuni per ‘liberare’ l’immobile da tali vincoli (ma non per ottenere la piena proprietà).

Lo schema di decreto che porta la firma del ministro Roberto Gualtieri è stato trasmesso a metà giugno alle Regioni e all’Anci, l’associazione dei comuni, per i pareri di competenza. L’obiettivo, secondo quanto apprende Romatoday, è di arrivare all’intesa in Conferenza Unificata entro la fine di luglio.

La Conferenza unificata Stato-Regioni ha già dato parere positivo mentre sono al vaglio del ministero le osservazioni avanzate dall’Anci.

Il decreto attuativo va a rendere operative le modifiche introdotte con un articolo (il comma 1 dell’articolo 25 undicies) della legge di Bilancio del dicembre del 2018, varato dall’allora governo M5S-Lega, in tema di rimozione dei vincoli del prezzo di vendita per le case costruite in edilizia convenzionata, la cui cessione è finita al centro di centinaia di cause in tribunale tra venditori e acquirenti proprio per quanto riguarda la determinazione del prezzo.

In base allo schema di decreto sul quale il ministero dell’Economia sta cercando di raggiungere l’intesa il corrispettivo per la rimozione dei vincoli, calcolato in base alla legge 448 del ’98, verrà abbattuto del 50 per cento per chi affranca sia una casa in diritto di proprietà sia in diritto di superficie (la proprietà del terreno è pubblica e non riscattata).

Per chi affranca in diritto di superficie, inoltre, è previsto un ulteriore abbattimento del 50 per cento.

Anche il numero degli anni restanti per la validità della convenzione, ovvero la differenza tra gli anni della durata della convenzione e quelli trascorsi dalla sua firma, verrà tenuto in considerazione ai fini del calcolo dell’ammontare finale.

Nelle intenzioni del Mef, inoltre, il Comune può decidere di concedere una dilazione del pagamento del corrispettivo dietro garanzie fideiussorie rilasciate da banche o assicurazioni.

La stipula della nuova concessione potrà avvenire dopo il pagamento della prima rata. Infine si punta su procedure trasparenti e semplificate da parte dei Comuni, come l’adozione di schemi di convenzione tipo (il Comune di Roma ha già reso possibile simulare online la stima del corrispettivo).

Per affrancare un immobile, infatti, non basta versare il corrispettivo economico ma è necessario firmare una nuova convenzione con l’amministrazione.

L’Anci, le cui osservazioni sono al vaglio del Mef, chiede di fissare un corrispettivo minimo per ogni anno che resta prima dello scadere della convenzione e di esplicitare che il vincolo può essere rimosso anche da chi non è più proprietario.

Non solo. Per mettere al riparo i Comuni che, come Roma, non si sono potuti fermare in tutti questi mesi, l’Anci chiede di prevedere una fase transitoria che tuteli quanto deliberato dai comuni stessi in attesa dell’approvazione del decreto, ben oltre un anno e mezzo.

Il provvedimento è molto atteso. Solo nella Capitale si stima che siano state realizzate in edilizia convenzionata tra le 200 e le 250 mila abitazioni.

Si tratta di appartamenti realizzati su terreni espropriati dai comuni e assegnati per un determinato numero di anni, fino a un massimo di 99, a società o cooperative costruttrici tramite la sottoscrizione di convenzioni con i comuni.

Un contributo pubblico finalizzato a facilitare l’accesso all’abitazione a tutte quelle famiglie non abbastanza ricche per poterne acquistare o affittare una sul mercato. Proprio per questo oltre ai terreni, in molti casi i costruttori hanno ricevuto anche finanziamenti pubblici.

Per molti anni queste case sono state acquistate a prezzi ribassati ma rivendute sul mercato come qualsiasi altra abitazione: i venditori ricevevano i nulla osta del Comune e il via libera dei notai.

Nel settembre del 2015, però, una sentenza della Cassazione a Sezioni unite ha messo nero su bianco che, per legge, il vincolo al prezzo calmierato non sarebbe potuto decadere automaticamente.

Così centinaia di compravendite sono state bloccate e migliaia di persone si sono ritrovate con case che valevano circa un terzo rispetto a quanto versato. Un introito ‘indebito’ per centinaia di acquirenti che hanno trascinato in tribunale i loro venditori alcuni dei quali sono stati condannati in primo grado a restituire la differenza per un ammontare che in alcuni casi sfiora i 200 mila euro.

La possibilità di rimozione del vincolo del prezzo dietro pagamento di un corrispettivo era già stata introdotta con una legge del 2011 con una serie di “disposizioni urgenti per l’economia”.

Così decine di provvedimenti si sono risolti con un accordo in mediazione dietro la possibilità di affrancare l’immobile e poterlo rivendere a prezzi di mercato.

In altri casi, però, le richieste di rimborso sono proseguite. La questione affrancazioni è diventata così un incubo per migliaia di famiglie.

Alla fine del 2018 al Senato viene approvato un emendamento alla legge di Bilancio, su proposta del M5S, che prevede che la rimozione del vincolo, trascorsi i cinque anni, può essere richiesta anche da “persone fisiche che vi abbiano interesse” anche se “non più titolari dei diritti reali sul bene immobile”.

Anche i venditori possono quindi liberare l’immobile dai vincoli del prezzo con lo scopo di estinguere qualunque pretesa di rimborso in tribunale.

Elaborata da esponenti del Movimento cinque stelle, caldeggiata dai notai, festeggiata dai venditori (storia di un venditore) e osteggiata da una parte degli acquirenti (storia di un acquirente) che sostengono che i danni subiti siano maggiori del semplice valore dell’affrancazione, la modifica legislativa ha avuto l’effetto di rallentare decine di cause.

In questo anno e mezzo, però, le affrancazioni sono proseguite a rilento perché il decreto attuativo che avrebbe dovuto indicare ai Comuni le modalità di calcolo del prezzo non è più stato approvato. In questi mesi molti comuni italiani hanno bloccato le affrancazioni.

Roma, che ha visto i suoi uffici subissati da oltre sei mila richieste, ha optato per lavorare solo le pratiche più urgenti, quelle cioè dove con tempi stretti di vendita o in tribunale, seguendo le indicazioni di calcolo contenute in una delibera comunale dell’ottobre del 2018.

Per questo gli occhi di molti, soprattutto nella Capitale, in questi giorni sono puntati verso il lavoro del Mef.

Fonte: RomaToday

 
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